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 25/11/20. Morto Diego Armando Maradona, uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi
 

Da IL MATTINO di Napoli
Maradona
 è morto ieri all'età di 60 anni alle 13 (le 17 in Italia) a Buenos Aires dove stata trascorrendo la convalescenza dopo un'intervento al cervello. Matias Morla, avvocato ed agente dell'asso, ha confermato la notizia della morte della leggenda del calcio mondiale, deceduto a causa di un infarto sopravvenuto verso le 12. I medici, da quel che si è appreso, hanno poi tentato di rianimarlo per quasi un'ora, ma ormai il fisico del campione era indebolito anche dallo stato depressivo.

La morte di Diego Armando Maradona giunge come un fulmine a ciel sereno. El Pibe aveva da poco compiuto 60 anni. Reazioni arivano immediatamente da tutto il mondo. Un'immagine di Diego Armando Maradona con la maglia dell'Argentina e l'espressione disperata campeggia su tutta la homepage del quotidiano francese L'Equipe, che titola «La morte di un dio»La morte di Maradona è la breaking news di apertura dei siti mondiali, dalla Bbc a El Pais fino ovviamente a quelli sudamericani. Sui social migliaia di messaggi di cordoglio stanno inondando la rete in tutto il mondo.

Iconico il commento di Pelè. «E' triste perdere amici in questo modo. Sicuramente un giorno giocheremo a calcio insieme in cielo».

Innumerevoli le reazioni dal mondo del calcio. Diego Armando Maradona è stato «un giocatore straordinario, unico, un talento immenso. Quando si parla della storia del calcio si parla di Pelé in un periodo, di Maradona in un altro e di Messi adesso. Ricordiamolo tra quelli più grandi di sempre», commenta Fabio Capello con l'Adnkronos.

«Una notizia pesante, incredibile. Mi dispiace tanto, per me era come un fratello, abbiamo avuto un rapporto incredibile», commenta Giuseppe Bruscolotti, storico capitano del Napoli e compagno di squadra di Diego Armando Maradona. «Oggi Napoli ha perso un figlio - aggiunge Bruscolotti - uno che gli ha dato tanto. Sicuramente oggi è lutto cittadino, se non mondiale».

«Appena ricevuta la notizia più triste, è un giorno terribile per tutto il mondo del calcio ma specialmente per Napoli e i nostri tifosi. Sarai sempre l'eroe di questa città!». Così su twitter il centrocampista del Napoli Fabian Ruiz sulla scomparsa di Diego Armando Maradona.

«Difficile commentare. Per chi non lo ha conosciuto, posso dire che era persona eccezionale. Aveva dei problemi che tutti conoscono, ma non importa. Gli volevo bene, impossibile non volergliene. Facile parlare quando uno muore, io ci ho vissuto tanti anni insieme ed era davvero il numero uno. Sapeva dare tutto di se stesso agli altri. Sono sconvolto». Così all'Adnkronos di Luciano Moggi dopo la notizia della morte di Maradona. Moggi, insieme a «El Diez», conquistò, da dirigente del Napoli, la Coppa Uefa nel 1989, lo scudetto e la Supercoppa italiana nel 1990.

«La morte di un Dio». Come uno dei suoi colpi di classe infinita, la notizia del decesso di Maradona ha fatto il giro del mondo in pochi secondi, rimbalzata dai giornali argentini a quelli francesi, dall'Asia all'Africa: perché col Pibe de Oro se ne va il calcio, come solo lui sapeva incarnare. Appena un mese fa, aveva festeggiato i suoi 60 anni anche Pelè, 20 anni più anziano e un opposto destino da mito, definendolo «grande amico mio» anche se la coppia di eterni rivali a distanza rappresentava facce contrapposte della stessa classe. Maradona ha trascinato l'Argentina alla conquista del Mondiale dell'86, ha regalato sogni e scudetti a Napoli, ha rivaleggiato con Pelè per il titolo di più grande di sempre, soprattutto ha fatto innamorare il mondo. 

È stato talento precoce dell'Argentinos Juniors, eppure Maradona ha vinto persino meno di quanto la sua classe gli avrebbe consentito. E questo perchè non ha mai scelto di far parte di un club dell'alta aristocrazia del calcio. Approdò a 21 anni nel Barcellona e dopo avere subito un gravissimo infortunio nella Liga, per un fallo durissimo di Goicoechea. venne acquistato dal Napoli. Sembrava un veterano, ma aveva solo 24 anni.

Maradona arrivò ai piedi del Vesuvio dopo una trattativa di quasi tre mesi, condotta con la solita abilità diplomatica da Italo Allodi: la società partenopea organizzò un saluto al pubblico il 5 luglio 1984 e fu amore a prima vista. Quel giorno, allo stadio San Paolo, a Fuorigrotta, 60 mila tifosi pagarono tremila lire a testa per veder palleggiare il Pibe. Maradona avrebbe poi regalato al Napoli una Supercoppa italiana, due scudetti, una Coppa Uefa, ricambiando con prodezze stilistiche l'amore di una città, che tutt'ora si tramanda da padre in figlio in una sorta di rituale e virtuale contemporaneità, e che ora è inevitabilmente sotto choc, come e più dell'Argentina, perchè in Diego, prima ancora che in Maradona, e nelle sue mille cadute ha sempre riconosciuto un suo figlio. 

Da Forcella al Rione Sanità, l'immagine di Diego è ancora stampata sui muri o nei tabernacoli ex voto del popolo. Una divinità pagana, da affiancare al patrono San Gennaro: quel campione che ha sempre detto quel che pensava e pensato quello che diceva è stato un Masaniello contemporaneo. 

Diego ha trovato posto al fianco di idoli, suoi e non solo, della potenza mediatica di Fidel Castro, di cui è stato amico quasi inseparabile per un lungo periodo. Da amico degli ultimi, sposò anche la causa palestinese, prima con Yasser Arafat, quindi con Abu Mazen. 

Ma all'origine di tutto, c'era il calcio. Il suo calcio. Un linguaggio all'apparenza semplice e perciò universale. Il capolavoro sportivo e di astuzia lo realizzò in Messico - come anche Pelè nel '70 - fra i colori dello stadio Azteca, lo stesso che 16 anni prima aveva ospitato Italia-Germania 4-3. Diego, ai Mondiali 1986, nei quarti di finale contro l'Inghilterra - non un avversario qualsiasi, per via del ricordo ancora fresco della guerra delle Falkland - di fronte alle telecamere di tutto il mondo, beffò Peter Shilton, insaccando il pallone con un tocco di mano. Per l'arbitro tunisino Ali Bin Nasser, il Pibe aveva segnato di testa: una decisione che fece impazzire di rabbia gli inglesi. Poi, a fine partita, l'argentino ammise che quel gol lo aveva segnato «La mano de Dios», non lui. A legittimare il capolavoro messicano, il gol più bello della storia, almeno per la Fifa, con Maradona che, nello stesso match, controlla con un preziosismo a centrocampo, parte con il pallone incollato sul magico sinistro, supera di slancio l'intera difesa inglese - compreso il portiere - e insacca mentre cade. Diego trascinerà poi l'Argentina fino al titolo mondiale, vinto in finale contro la Germania. 

Non si ripeterà a Italia '90, perdendo in finale proprio contro i tedeschi per un rigore assai discutibile e che fece sciogliere in un pianto rabbioso l'eroe improvvisamente divenuto umano, dopo che agli inni e ai fischi del pubblico romano aveva risposto con un «hijios de puta» in mondovisione. 

La sua parabola calcistica si concluse ingloriosamente, con una positività al doping nei Mondiali di Usa '94. Diego accusò la Fifa e puntò il dito contro il nemico di sempre, l'allora presidente Sepp Blatter, reo a suo dire di averlo indotto a rimettersi in carreggiata e poi di averlo tradito. Il suo declino era cominciato in realtà nel 1991, appena un anno dopo il secondo scudetto di Napoli, quando era stato arrestato per detenzione di sostanze stupefacenti.

La sua carriera di allenatore non è stata all'altezza di quella da calciatore. La sua esistenza, ancor prima dell'improvvisa scomparsa di oggi, era spesso rimasta in bilico, causa dipendenze. Come quando fu sospeso fra la vita e la morte la sera del 4 gennaio 2000, per una «crisi di cocaina», come ammise Jorge Romero, il medico che lo salvò. Maradona è stato genio in campo e sregolatezza nella vita, collezionando amori, figli illegittimi e poi riconosciuti, riempendo giornali delle sue polemiche e delle sue vicende. Ha ballato con Raffaella Carrà, è stato showman, fatto scrivere libri densi di episodi, è stato soggetto di film. Rimanendo sempre in piedi anche su piedi d'argilla, fino all'ultima caduta. 

Da IL MATTINO di Napoli